STEFANO PIOLI, PARLANO I FATTI

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STEFANO PIOLI, PARLANO I FATTI

Stefano Pioli, ragazzo d’altri tempi, sempre pacato, cordiale, rispettoso di avversari e arbitri, il tutto rispecchiato in quell’abbigliamento semplice ed austero, che lo contraddistingue in ogni intervista.

 

Sembrerebbe quasi un pesce fuor d’acqua in quel mondo calcio già da molti anni privo di esempi che si possano definire tali.

Un mondo fatto di aiutini, clientelismo, spinte dall’alto, sotterfugi che nulla hanno a che fare con quest’allenatore umile, nato a Parma 56 anni fa.

Ma come ha fatto allora a conquistare una piazza così esigente, così ostica e così complessa come Milano?

Proviamo ad analizzare questo grande uomo più a fondo, per capire l’approccio psicologico con cui si rapporta con i giocatori, oltre che gli schemi di gioco avveniristici ed illuminanti.

Quel 4-2-3-1 fatto di triangolazioni strette, tutte in velocità, per esaltare ingresso degli esterni di attacco dentro al campo e servire nell’attimo giusto Ibra.

Già Ibra…

In quel lontano pomeriggio di Bergamo, dopo una sconfitta bruciante, Maldini e Boban decisero di “affidare” una squadra piena di giovani inesperti a questo mantra, a questa guida che funge da divinità, a cui Pioli stesso si inchina e ne individua un vero e proprio simbolo da seguire.

Nulla da dire, tutto assolutamente perfetto.

I risultati parlano chiaro, una qualificazione in Europa League raggiunta il primo anno in scioltezza, con un finale di campionato che avrebbe meritato ben altro esito, viste anche le splendide vittorie su Inter e Juve.

Dall’anno successivo mister Pioli ha imposto ancora di più le sue idee, sempre con misura, sempre da fuori, senza snaturare alcun giocatore ed ecco serviti i risultati sperati: qualificazione in Champions League raggiunta all’ultima giornata con piazzamento al secondo posto.

Nulla da dire.

Ma vi è di più:

Leao è diventato grande, quest’anno già sei gol e quattro assist e trovatene uno brutto.

Ah gol all’esordio champions in casa contro l’Atletico, la sfacciataggine dei 22 anni e la freddezza di un giocatore navigato.

Rebic fa anche i gol facili, peccato per gli infortuni, 120 giorni fuori per uno come lui sono un eternità, specie per un giocatore che fa della continuità il suo punto forte.

Nonostante ciò nelle 12 partite giocate è sempre stato decisivo, dirompente, fulmineo, tutt’altro giocatore rispetto a quello visto nei primi anni in Italia alla Fiorentina.

Theo ha imparato a difendere…beh che dire cosa gli manca ora, a parte quella freddezza sotto porta che non dovrebbe essere richiesta ad un terzino sinistro ma che in questo caso andrà sviluppata viste le incursioni con cui si proietta in zona gol ormai costantemente.

Ora che la sua compagna Zoe è in dolce attesa sembra quasi aver lasciato alle spalle l’incostanza di rendimento del primo anno al Milan: media voto 6.70 e fascia da capitano già al braccio.

Serve altro?

Si, servirebbe un trofeo, quel trofeo che manca in Casa Milan dall’ultima Supercoppa di Doha targata Suso – Montella, lontano 2016, purtroppo o per fortuna un’ altra epoca.

Quest’anno ci sta provando Stefano, ha creato ancora più amalgama nel gruppo, si è fatto acquistare dal buon Maldini ( anche per lui ce ne sarebbero di elogi da fare) delle seconde linee che sanno tanto di craque, vedi Bakayoko (quello vero di Monaco), Messias ( gol all’esordio in Champions a Madrid, micca roba da tutti i giorni) e Mike Maignan venuto da Lille con il bollino di predestinato.

Tant’è che sta investendo sempre più energie nella perfezione tattica oltre che nella gestione della fatica durante la partita, suo unico vero limita fino ad oggi, forse la vera causa dello Scudetto regalato all’Inter la stagione passata.

In ultimo, ma non per importanza l’aumento di valore della rosa; fonti ufficiali parlando di un + 230 milioni in due anni e mezzo.

I fatti parlano da soli: caro Stefano è ora di fare il grande passo, sempre ovviamente a braccetto con Zio Zlatan.

Come direbbe il buon Sconcerti: l’appetito vien mangiando.

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